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spilloREGOLE AI FIGLI: QUANDO SERVONO di Maria Stella Bruzzone

Le regole sono importanti poiché aiutano il bambino fin da piccolo a capire e distinguere ciò che si può fare da ciò che invece non si può.

Il problema può presentarsi non tanto nel dare la regola piuttosto nel farla accettare al proprio piccolo.

Non è facile per un bambino capire e adattarsi subito alle nuove regole, l’aspetto importante però è riuscire a mantenere un atteggiamento coerente. Quindi se l’adulto ha dato un limite, ha detto un No in modo chiaro e fermo, non deve scomporsi e sentirsi in colpa, ma deve continuare a mantenere quel punto di vista. Ciò non significa essere ‘cattivi’ né tantomeno autoritari, piuttosto autorevoli.

Il bambino ha bisogno di adulti rassicuranti in grado di proteggerlo e di farlo crescere. La crescita è fatta anche (ahimè) di piccole regole da interiorizzare per imparare a capire veramente che non si può fare proprio tutto ciò che si vuole. Così facendo il bambino capisce che vi sono dei limiti da rispettare,e col tempo imparerà non solo a distinguerli ma anche a metterli in pratica e con grande orgoglio farà notare quando un altro pari invece non le rispetta.

Quando dobbiamo riprendere un bambino che ha fatto qualcosa che era meglio non fare la cosa migliore è farlo guardandolo negli occhi (meglio se l’adulto si accovaccia sulle ginocchia per essere alla stessa altezza del bambino) ed evitare di alzare la voce, in quei casi non serve molto, è più efficace il nostro sguardo.
Occorre spiegare anche dopo, cosa è accaduto e perché, cercando di dare un senso all’azione senza giudicare. Il tono deve essere calmo e fermo. Occorre far capire che la mamma/il papà/l’educatrice ci sono sempre, e proprio perché ci tengono si arrabbiano, ma poi come tutte le cose si può fare pace e.. riarrabbiarsi di nuovo ancora il giorno successivo!

Facciamo capire ai nostri bambini che tutti, anche i grandi, fanno fatica ad accettare certe regole ma che diventano fondamentali per vivere insieme!

Articolo a cura della dott.ssa Marta Stella Bruzzone, pedagogista, psicoterapeuta e blogger di MammeCheFatica.
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spilloTRACCE DI ME (alcuni concetti semplici sul valore dello scarabocchio e spunti concreti su come sopravvivere al colore….) di Michela Grasselli

Se ci fermiamo a guardare un bambino che esplora i materiali grafico-pittorici è evidente il piacere di tracciare che ne trae: la traccia è il prendere forma del suo movimento che altrimenti rimarrebbe invisibile se non catturato e bloccato dal passaggio del colore.

Ogni bambino a partire dagli 8 mesi è un “artista” spontaneo perché gratificato dalla relazione che instaura con fogli e colori, ma come valorizzare questi liberi impulsi creativi?

ZERO ANSIA DA PRESTAZIONE!

Fino ai 3-4 anni è normale che ogni bambino tragga piacere dall’attività spontanea dello “scarabocchiare” quindi non dobbiamo attenderci risultati simbolici riconoscibili. Esistono fasi ben precise di sviluppo nel disegno infantile, ma nei primi anni di vita ciò che si affina è la coordinazione senso-motoria ed oculo-manuale, non la capacità di astrazione e simbolizzazione grafica. Ciò non significa che i bambini non stiano “raccontando” o rappresentando qualcosa attraverso il loro scarabocchio, semplicemente lo stanno facendo in modi diversi.

Un disegno spontaneo non va mai corretto o modificato dall’adulto; non bisogna mai chiedere di disegnare ciò che vogliamo noi e soprattutto non bisogna mai accelerare lo sviluppo delle capacità. Sostenere il piacere di lasciare tracce di sé, non significa voler creare un nuovo Picasso, significa riconoscere libertà espressiva personale ai bambini.

TEMPI E SPAZI

Disegnare non richiede un grande bisogno di spazio, si può fare dovunque, anche se, ogni tanto, è davvero divertente poter disporre di fogli infiniti per tracciare con tutto il corpo e non solo stringendo tra le mani pennelli o pennarelli. Si può lasciare una traccia praticamente con qualsiasi strumento: avete mai provato a disegnare con le ruote di un passeggino? Basta una piccola pozzanghera e la curiosità di vedere cosa succede sul pavimento stradale se vi immergo una ruota!

Mostrare ai bambini che dovunque si possono trovare disegni spontanei è uno dei primi giochi di osservazione che si possono fare insieme: impronte di piccoli animali nel terreno delle aiuole; segni di passaggi di ruote di bicicletta in una piazza dopo la pioggia; scie degli aerei nel cielo… siamo immersi in un mondo di tracce e non sempre i colori sono necessari.

Non obblighiamo mai i bambini a stare più del tempo che ritengono giusto a scarabocchiare: è meglio smettere piuttosto di avere un bambino rabbioso che ha perso il piacere dell’esplorare l’effetto del suo movimento sul foglio! Non è la durata del tempo speso con in mano i colori a determinare il valore educativo della proposta.

DISEGNARE O DIPINGERE?

Disegnare è un’attività semplice, rapida, che non sporca e che si può fare quotidianamente. Dipingere richiede l’utilizzo di pennelli e materiali più “sporchevoli” come tempere, colori a dita e acquerelli.

Il disegno piace sempre ai bambini e dà loro grandi soddisfazioni, si può proporre praticamente dappertutto ( basta portare in borsa qualche foglio e pochi pennarelli) e ogni giorno; anche il dipingere offre grandi soddisfazioni e piace molto, ma risulta un po’ più impegnativo per i genitori: si può trovare un compromesso familiare costruendo una “routine settimanale” dedicata a tempere e pennelli.

Quando, però abbiamo a che fare con un giovanissimo pittore, o una giovanissima pittrice, è importante avere alcuni accorgimenti “salva mamme e papà”! Ai bambini piccoli, fino almeno ai 3 anni, non servono tante tinte diverse: l’interesse personale dei bambini è rivolto sull’effetto del movimento, non ancora sugli effetti artistico-espressivi.

Scegliere pochi colori ( giallo, rosso, blu + bianco e nero) permette,poi, ai bambini di imparare a discriminare con chiarezza ciò che è chiaro e scuro, ciò che si vede meglio o peggio… niente panico quindi se vediamo bambini, di questa età, che prediligono il nero, il blu, il viola e il marrone: sono le tinte che, più delle altre, lasciano segni ben visibili che quindi gratificano il piacere di vedere il rapporto causa/effetto del movimento sul foglio.

I “SALVACASA”

Se vogliamo sostenere il piacere espressivo dei bambini senza però trasformare casa in un atelier di arte contemporanea pieno di macchie e schizzi è indispensabile applicare strategie salvacasa.

Via libera ai grandi fogli: meglio formato A3 perché i bambini piccoli, che non coordinano ancora molto bene il movimento, tracciano segni ampi. 

Variamo il supporto cartaceo in base alla tecnica grafico-pittorica che proponiamo! Fogli A3 e fogli di vecchi quotidiani sono perfetti per i pennarelli a punta grossa: facili da impugnare e con un tratto colorato nitido e ben riconoscibile. Il cartoncino tipo Bristol è perfetto per pastelloni a matita o a cera, gessetti, tempere ( anche a dita) ed acquerelli: queste tipologie di materiali traccianti si prestano ad un tipo di pittura molto fisica in cui si calca, si torna spesso sullo stesso punto del foglio, si ripete l’avanti/indietro del gesto pittorico che tende , però, a bucare i fogli. Usare un cartoncino aiuta da evitare “inconvenienti” artistici!

Un posto dedicato: creiamo un angolo “ pasticcioso” ad hoc oppure creiamo un rituale della pittura.

Una vecchia valigia o uno scatolone che avremo dipinto insieme può diventare il segnale con cui creiamo un momento di condivisione con i nostri bambini: aprire l’armadio in cui è rinchiusa la valigia, aprirla insieme, srotolare una piccola tovaglia di plastica, metterla sul tavolo o sul pavimento, prendere il foglio e i colori creano un tempo dell’attesa che prelude al momento creativo.

Usiamo un abbigliamento comodo: proprio perché ai bambini piace compiere movimenti ampi è opportuno indossino abiti che non li ostacolino… e meglio mettere una grande e vecchia T-shirt di mamma e papà, sopra ai vestiti, piuttosto dei grembiulini di plastica che si trovano facilmente in commercio.

La plastica spesso risulta essere rigida, stoppa il movimento libero, e poi fa sudare tantissimo: una vecchia maglietta, invece, larga e di cotone spesso copre anche i piedi.

Articolo a cura di Michela Grasselli: Ho libri e colori nella mani praticamente da quando sono nata e da questi incontri è nata una passione per gli albi illustrati che mi ha portato a farne oggetto della mia tesi e ad occuparmene come illustratrice. Sono una pedagogista emiliana specializzata in Didattica dell’Arte e in Teoria del gioco e dei Linguaggi espressivi che, da più di 15 anni, si dedica alla diffusione della cultura del laboratorio artistico-espressivo attraverso il progetto “ Le quattro mani e gli attrezzi dello stupore”.

Per conoscermi meglio puoi visitare le mie pagine social:

http://lequattromani.wordpress.com

https://www.facebook.com/lequattromani2014/?ref=bookmarks

 
spilloGENITORI 2.0: COME STA CAMBIANDO IL RUOLO DEL GENITORE? di SIlvia Tassini

 

LA GENITORIALITÀ: UN CONCETTO IN CONTINUA EVOLUZIONE

Nel corso dell’ultimo secolo abbiamo assistito a molti cambiamenti in tema di genitorialità.

Personalmente, e parlo sia come professionista che si occupa di genitorialità che come madre, mi capita spesso di sentirmi alquanto confusa.

Leggendo molto e cercando di tenermi aggiornata, mi capita di sentirmi spinta in direzioni diverse da teorie spesso anche opposte tra loro, con l’unico spiacevole esito di pensare di aver sbagliato tutto, di essere una pessima madre e che le mie figlie, per evidenti mie colpe, da grandi rapineranno banche o vivranno sole ed infelici.

L’idea che ha mosso il desiderio di scrivere questo articolo è che forse ci sono altri genitori che si sentono come io mi sento e che magari potrebbero trarre dei benefici da alcune riflessioni.

ESSERE GENITORI: UN MESTIERE DIFFICILE CHE PUÒ INNESCARE SENSI DI COLPA

Il mestiere del genitore, si sa, non lo si studia ma lo si apprende sul campo,  tra l’altro di stare improvvisando.

Tuttavia i modelli genitoriali che abbiamo messo dentro di noi durante la nostra crescita ci condizionano costantemente per somiglianza o differenza.

Come non parlare poi dei consigli delle mamme, delle amiche, degli esperti, dei vari blog e dei professionisti? Ciò che ho l’impressione spesso si perda è l’identità dei genitori stessi.

Facciamo un esempio, dal mio punto di vista eclatante, in un campo che tocca da vicino tutti i neo genitori: il sonno!

E’ sicuramente noto a tutti il piccolo libercolo giunto dalla Spagna che non molto tempo fa ci invitava ad insegnare a dormire ai nostri bambini lasciandoli piangere per un tempo controllato andando dentro e fuori dalla loro stanza.

Ricordo una coppia di amici che mi raccontava di stare fuori dalla porta con in mano l’orologio aspettando che trascorresse il minuto per poter rientrare e poi uscire nuovamente.

Questo libro è stato un best seller ed ha venduto in tutti i continenti.

Col passare del  tempo tuttavia diverse pubblicazioni più recenti che ci svelano oggi quanto sono stati danneggiati i bambini sottoposti a questo metodo e quanto sia invece più corretto e naturale farli dormire nel lettone, assieme ai genitori, perché possano riposare sereni: verrà in seguito il momento per separarsi da mamma e papà.

Immagino quanto possa essere confusivo ed anche colpevolizzante essere quel genitore che in buona fede si è affidato e adesso scopre di aver forse “danneggiato” il proprio figlio e magari, avendo da poco partorito il secondo, si chiede cosa fare adesso: dormire tutti assieme? Stare vicini ma separati? Far piangere anche il secondo per par condicio?

Stessi esempi si potrebbero fare anche riguardo all’alimentazione, alle regole e, con il crescere dell’età, a molto altro.

NON ESISTE UN SOLO E UNICO MODO DI ESSERE GENITORI: FATE LE VOSTRE SCELTE

A volte penso sarebbe molto più onesto e chiarificatore poter individuare un interlocutore  autorevole che affermasse: “ogni madre, ogni genitore, deve trovare ciò che va bene per lui; sentire dentro di sé il suo istinto, comprendere la propria storia e fare delle scelte genitoriali che sente siano coerenti con il proprio modo di essere”.

Quando ci si snatura seguendo mode del momento si rischia poi di fallire, fare confusione e non sentirsi soddisfatti e sereni con i propri figli.

E’ giusto informarsi ed è altrettanto giusto chiedere aiuto ad un professionista in caso di dubbi e difficoltà, ma il metro che si dovrebbe utilizzare per valutare il professionista che abbiamo davanti è la sua capacità di cucire un metodo genitoriale su misura.

Durante la gravidanza, il post partum ed anche successivamente, i genitori dovrebbero essere sostenuti, accompagnati ed aiutati a tirare fuori i propri strumenti interni.

Un buon lavoro di sostegno potrebbe certamente essere legato alla comprensione dei propri modelli di genitorialità, per poter decidere che tipo di genitori essere e come poter crescere i propri figli al meglio senza dover cercare di aderire a modelli esterni preconfezionati, rischiando di sentirsi sbagliati se proprio non se la sentono di portare il proprio pargolo in fascia per tutto il giorno o, al contrario, se non riescono a rispettare tutti i punti dell’ultimo manuale di grido su come essere una madre sempre efficiente ed alla moda!

Sarebbe utile non aspettare di provare disagio e senso d’isolamento o frustrazione mentre si accudisce il proprio piccolo, rischiando magari di imputare al temperamento del bambino qualcosa che non va.

Lo spazio per confrontarsi e sentirsi sostenuti nei propri bisogni, paure e diversità esiste e se ne può godere da soli o con il partner ed il proprio bambino, per capire insieme la strada percorsa e quella da percorrere, trovando soluzioni per il sonno, l’alimentazione, l’allattamento, le regole, insomma per tutto ciò che è essere genitori e figli in questa epoca 2.0, fatta di famiglie di tutti i tipi e di tutti i colori.

Articolo a cura della Dott.ssa Silvia Tassini
psicoterapia individuo, coppia, famiglia
consulenza genitoriale, perinatale, allattamento, sonno infantile.
servizi per adozioni
servizi post divorzio
servizi mindfulness psicosomatica
terapia EMDR 
silvia.tassini@gmail.com

 

spilloMULTITASKING MON AMOUR

 

Quando ho letto il tema di questo mese su Instamamme mi è venuto spontaneo sorridere. Beh sì, perché a dire il vero la mia avventura da imprenditrice-“finalmente lavoro solo per me stessa!”, è cominciata proprio quando ho capito che essere Mamma non doveva per forza significare diventare Monodimensionale, quando proprio la maternità mi ha permesso di dare un senso tutto mio al tanto dibattuto Multitasking. Facendolo diventare la mia fonte privilegiata di energia, quella che mi ha permesso di costruire il mio sogno.

Ho iniziato la gravidanza con la fine di un contratto. Mai più rinnovato. “Tanto meglio”, mi sono detta (…o forse me ne hanno convinto le persone vicine, quando alla parola “disoccupata” iniziavo a balbettare, con gli occhi lucidi…?), “non vivrai la gravidanza costantemente stressata dal calcolo dei giorni che ti rimangono per entrare in maternità…e poi di quelli che ti rimangono per rientrare al lavoro… per poi finire con il pensiero costante delle ore interminabili che ti separano dal rivedere tuo figlio la sera”. Sì, bisogna ammetterlo, la mia è stata proprio una gravidanza all’insegna del relax, una preparazione alla maternità in perfetto equilibrio psicofisico. Dicono che se la futura madre è tranquilla e rilassata, questo si ripercuote direttamente sul neonato. Allora, meglio di così… Poi, un bel giorno, “quel giorno”, è nato mio figlio. Ok, mi sono detta di nuovo, ora tocca fare la mamma rilassata, tanto un lavoro non posso certo cercarlo ora, sarebbe inutile, non mi assumerebbe nessuno!

E così è cominciata la lunga ed emozionante trafila delle passeggiatine, casina, coccoline, pappine…Era tutto molto “ino”, tutto molto rilassato. Mio figlio in primis. Situazione privilegiata, diranno in molti. Senza dubbio. Solo che a me mancava qualcosa. E mi mancava proprio, è il caso di dirlo, il famoso (e frequentemente disprezzato) Multitasking. Quell’ansia di fare che ti accompagna tutto il giorno, la fretta, i calcoli mentali per incastrare tutto. Quell’essere costantemente in movimento e con mille cose da fare che tanto odiavi, ma che quando ti viene a mancare ti lascia un vuoto, un’inconsistenza che ti tormenta, insidiosa, appena apri gli occhi la mattina. E poi quella sensazione che le giornate siano tutte uguali. Scandite, certo, dai progressi di tuo figlio che scopre, esplora, inizia a muoversi in questa cosa meravigliosa che è la vita. Mentre la tua, di vita, si ferma, quasi sospesa tra quello che eri e quello che, forse, sarai. Ma non sai quando. E soprattutto non sai come.

E’ curioso, proprio quando avrei potuto approfittare di tanta libertà, della fine della schiavitù del lavoro e degli orari imposti da altri, ho finito paradossalmente per immobilizzarmi. Presa da nuove ansie, intrappolata in una routine che invece di darmi linfa vitale mi logorava, perseguitata dal “tutto quello che avrei voluto essere”, mi sono ritrovata a non amare poi così tanto la vita di mamma a tempo pieno. Certo, veder crescere mio figlio era la cosa più bella e straordinaria del mondo, ma allo stesso tempo era proprio la maternità a darmi un punto di vista completamente nuovo sul mondo e sulla vita.

Passare molto tempo con mio figlio mi ha fatto riscoprire, attraverso i suoi occhi, quanto fosse sorprendente l’Essere nel Mondo. Con tutte le paure, le gioie, le insicurezze e gli stupori del caso. E, se possibile, con pochi rimpianti. Questo volevo per lui. E lo volevo anche per me. Sentivo che non sarei potuta essere la madre che volevo se non avessi continuato anch’io a crescere, a esplorare, a scoprire. Come persona, come essere umano, liberando le mie energie e la mia creatività proprio come volevo che succedesse a mio figlio. E’ un atteggiamento egoistico, risuonava una vocina dentro di me, stai pensando troppo a te stessa, dovrebbe venire lui e solo lui prima di tutto.

Beh, ho trovato un compromesso: ora siamo a tutti e due sullo stesso piano.

E così il Multitasking è felicemente riapparso nella mia vita. Questa volta per scelta.

Un multitasking che non significa più essere intrappolata in una noiosa routine quotidiana. Al contrario: per me ora significa libertà, la libertà di essere mamma ma non solo, l’emozione di avere “troppe cose da fare”. Multitasking non significa più riuscire a fare 5 lavori domestici contemporaneamente. No, per niente. Ora mangio spesso su piatti usa e getta e accetto volentieri un take away del cinese. Io che alla cenetta apparecchiata e al piattino cucinato per ore con amore ci tenevo da morire. Cerco di liberarmi dal multitasking nevrotico di quel “tutto deve essere perfetto”, di scrollarmi di dosso il pensiero di quello che gli altri si aspettavano da me.

Multitasking ora significa dedicare Tempo a mio figlio. Meno tempo di prima, ma di una qualità nettamente superiore. Multitasking ora significa anche riuscire a guardare in faccia i miei sogni, quelli che non avevo mai avuto il coraggio nemmeno di provare a realizzare. E’ stato un po’ come quando mio figlio ha imparato a camminare: all’inizio sembra impossibile perché ti manca l’equilibrio, poi da un giorno all’altro ti accorgi che stai correndo.

E’ stato grazie a tutto ciò che non sono più tornata al lavoro di dipendente, ma ho preso il coraggio di costruirmi un’attività, la MIA attività.

E da qui è iniziata l’avventura.

Articolo pubblicato su Instamamme – Settembre 2015

instamamme

 


 

spilloVIA LIBERA AI SOGNI NEL CASSETTO!

Oggi vi voglio raccontare il mio sogno, un sogno diventato realtà, una splendida avventura in cui mi sono tuffata di testa, donna, madre e ora anche imprenditrice di me stessa.

E’ un sogno che coltivavo da tempo, conservandolo gelosamente ogni anno in un nuovo cassetto, ogni volta che cambiavo città e casa (e di case ne ho cambiate tante negli ultimi anni, ve l’assicuro!).

L’avevo infilato in un cassetto, ma era anche nato in parte quando, diventata mamma a 25 anni, mi sono scontrata presto con una realtà in cui avere un figlio diventa paradossalmente un “problema” per essere “la donna in carriera” che tutti si aspettano, dove tutti ti vogliono a tempo pieno, anzi pienissimo. O niente. Una realtà in cui la tua creatività, il tuo impegno, la tua dedizione per le cose fatte con cura e amore non vengono apprezzate.

Dopo l’ennesimo trasloco che mi riportava a Roma, con una separazione in corso e le tante necessità di una bellissima figlia piccola, non avevo mai il tempo di tirare fuori quel sogno dal cassetto.

Ma ogni tanto, quando accidentalmente lo riaprivo, quel cassetto, cercando qualche disegno inghiottito dal caos, lo ritrovavo sempre lì, dove lo avevo riposto: un sogno in cui mi sarei potuta dedicare a ciò che più amo, l’arte, l’illustrazione, la creatività, e la possibilità di regalare a tanti bambini, come mia figlia, dei momenti speciali in cui dare spazio all’immaginazione, in cui esprimersi liberamente e raccontare il proprio modo di vedere e sentire il mondo.

Io, spagnola, avevo molto chiari i modelli di riferimento che esistono in ormai quasi tutti i paesi europei: spazi accoglienti pensati non solo per i bambini, ma anche per le loro mamme e i loro papà, dove la condivisione, la creatività e il divertimento sono le parole d’ordine.

Io, mamma, sapevo che l’esperienza della maternità porta con sé momenti unici e bellissimi, ma anche tanti dubbi e momenti di sconforto che rimangono spesso inascoltati. E sapevo soprattutto che ritrovare una propria dimensione, continuare a occuparsi anche di se stesse, può diventare impresa difficile.

Io, donna separata, sentivo che in Italia mancavano spazi rivolti anche alle tante mamme e i papà che crescono i figli separatamente perché, senza nulla togliere all’amore che provano per i loro bambini, le loro unioni non hanno funzionato.

Poi un bel giorno, in una giornata calda di settembre, un incontro casuale, un inizio di conversazione con un’altra mamma come me, Ippolita, in equilibrio tra lavori occasionali, pannolini, caos e biberon, mi ha fatto scoprire che un sogno simile al mio era custodito in un altro piccolo cassetto, e spingeva per uscire allo scoperto. E quando due sogni s’incontrano, e si riconoscono, si sa, può nascere qualcosa di molto bello, proprio come succede per le persone: può prendere vita un progetto comune. Così da quest’incontro casuale questa avventura ha cominciato a prendere forma, si è arricchito e insieme abbiamo immaginato uno spazio in cui offrire momenti di crescita e condivisione per i bambini, per le loro mamme e i loro papà.

Da dove è nata l’idea? Niente di più semplice! Dalla nostra vita, dalle nostre competenze e consapevolezze di genitori. Per questo appena abbiamo iniziato a parlarne e a proporlo in giro abbiamo raccolto subito grandi entusiasmi e questo ci ha dato la forza per crederci ancora di più.

Poi, come per magia, nel nostro sogno sono entrate tante altre persone che coltivano passioni, hanno competenze e capacità incredibili che tengono però spesso rinchiuse anche loro in un cassetto dei sogni. Incontrarle è stata un’esplosione di idee e proposte: dal ludico al creativo, dai momenti di formazione sui temi della genitorialità alle attività di cura e benessere per le mamme, ai laboratori dedicati ai papà, agli aperitivi family friendly per riuscire a vivere un momento di relax insieme ai propri figli, ai laboratori insieme, piccoli e grandi, così importanti per capirsi, imparare a giocare e a ridere insieme.

Articolo pubblicato su Instamamme – Giugno 2015

instamamme

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